martedì 11 marzo 2014
Grazie Professor Palmaro
Domenica 9 marzo è morto Mario Palmaro.
Voglio ringraziarlo per tutto ciò che ha fatto, soprattutto per tutto quello che mi ha insegnato: ossia che esistono leggi ingiuste, che è possibile ed è doveroso combatterle... e che la Verità non accetta compromessi.
Tu hai combattuto con Verità ed ironia. Hai tanto sperato che ci fosse qualcuno a continuare queste tue battaglie. Ebbene, caro Mario, io e tanti altri ci siamo! Ma tu aiutaci dal Cielo: forse Dio sapeva che adesso, accanto a Lui, saresti stato ancora più fruttuoso per la buona battaglia.
Che Dio ti porti in gloria, e che tu possa goderne per sempre la Sua Pace, Verità ed Amore.
Grazie Professore, Ti voglio bene.
lunedì 26 agosto 2013
Jean Marie Elie Setbon, dalla kippah al Crocifisso
Dalla fiction alla realtà. I due romanzi (Il mio nome è Asher Lev e Il dono di Asher Lev) del noto scrittore ebraico-americano Chaim Potok dedicati alla figura del pittore ebreo ultra-ortodosso che dipinge una Crocifissione e così suscita scandalo nella sua comunità a New York, sembrano esser diventati storia, carne e sangue nella vita di Jean-Marie Elie Setbon. Ebreo di padre e di madre, attratto dal crocifisso fin da piccolo, ordinato poi a Gerusalemme rabbino del movimento iper-tradizionalista Lubavitch, oggi Setbon, diventato cattolico, cerca di trasmettere a chiunque il suo incontro con Cristo.
Da ebreo ultra-ortodosso a cattolico: in breve, come è avvenuta la sua conversione al cristianesimo?
Sono nato da madre ebrea askhenazita e da padre sefardita. Fin dall’età di sette anni, quando ho visto per la prima volta un crocifisso, mi sono sentito misteriosamente attirato da Gesù Cristo. A quindici anni, una domenica, sono andato alla messa delle sei di sera al santuario di Montmartre a Parigi. Una voce interiore, mentre assistevo alla messa, mi ha spinto ad andare a chiedere la comunione: vi sono ritornato ogni domenica per tre anni! Ho poi acquistato di nascosto un crocifisso e un Vangelo, iniziando ad imparare a memoria il racconto di Giovanni perché non potevo leggerlo davanti ai miei genitori. A diciassette anni sono entrato in un confessionale e ho detto ad un prete: “Sono ebreo e mi voglio convertire”. Quel prete è uscito, dicendomi di aspettare lì, ma non è più tornato: sono scappato a mia volta, pensando che volesse andare a denunciarmi. Quel fatto mi ha spinto ad approfondire la religione della mia famiglia.
Dove e come l’ha condotto questo approfondimento?
Mi sono spinto lontano: tra i diciotto e i ventisei anni sono stato in Terra Santa e ho ricevuto una formazione rabbinica in teologia, filosofia ed esegesi ebraica. Sono diventato anche un rabbino ultra-ortodosso del movimento Lubavitch. Quando poi sono tornato in Francia, mi sono sposato e ho avuto sette figli. Ma la croce di Cristo continuava ad attirarmi! Mia moglie è morta nel 2004 di cancro. La nostra famiglia viveva nella precarietà. Ciononostante lunedì 6 agosto 2007 ci venne offerta una giornata di vacanza al mare, in Normandia, a Trouville. Visitai l’immenso calvario che si trova vicino alla spiaggia: quella vista mi causò una emozione molto forte. E nello stesso momento venni a sapere della morte del cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger: era un fatto che non poteva essere casuale! Un mese più tardi ho vissuto una sorta di esperienza mistica, di incontro con Gesù Cristo a casa mia, nella mia stanza: l’ho visto come presente! Di lì, grazie all’accoglienza paziente delle Piccole sorelle di Betlemme, mi sono preparato al battesimo. Sono stato battezzato con il nome di Jean-Marie il 14 settembre 2008. In quanto “apostata” sono stato rinnegato dalla mia famiglia, ma i miei figli, a loro volta, hanno seguito la mia scelta religiosa.
Quale è la motivazione più forte che l’ha spinta a diventare cristiano?
Non è un qualche principio del cristianesimo che mi ha convinto, bensì il fatto di aver avuto la grazia di aver “visto” Gesù risorto. Questa esperienza diretta con Cristo mi ha trasformato interiormente e mi ha spinto a chiedere il battesimo. Anche prima, quando avevo il desiderio di essere battezzato, non c’era un qualche dogma cristiano che mi convinceva più di un altro. Proprio per questo un giorno vorrei scrivere un libro sul fatto che il cristianesimo non è una religione come un’altra.
Diceva dell’accoglienza negativa da parte della sua famiglia rispetto alla sua scelta di conversione…
Sì, anche quelli che noi chiamiamo “ebrei riformati”, i “liberali” che partecipano al dialogo ebraico-cristiano, anche loro non hanno apprezzato, da quel che so, la mia conversione. Ma io non sono un’eccezione, visto che altri miei fratelli e sorelle di carne hanno vissuto la stessa cosa: posso citare come esempio il gran rabbino di Roma Eugenio Zolli. In definitiva penso che oggi, anche nella Chiesa, l’accoglienza di un ebreo, per lo più rabbino ultra-ortodosso, resta un tabù, visto che non diventa un argomento nel dialogo interreligioso».
Dal suo osservatorio, i convertiti al cristianesimo che provengono dall’ebraismo sono in aumento?
Conosco troppi pochi ebrei per poter dare una risposta. Quel che so è che vi sono sempre più ebrei che aderiscono a Gesù e che entrano tra gli ebrei “messianici”. All’interno della Chiesa cattolica francese ho incontrato alcuni di loro che si sono poi convertiti».
Ha citato prima la grande figura di Lustiger...
Non ho mai avuto un rapporto diretto con lui, ma la sua morte mi è come sembrata un segno per me e il mio cammino spirituale. Comunque, non abbiamo avuto lo stesso itinerario visto che egli proveniva da un ebraismo non praticante».
È rimasto qualcosa di ebraico nel suo essere cristiano?
Se la sua domanda riguarda il fatto se nella mia fede cristiana è rimasta la pratica della legge ebraica, cioè quella mosaica, la risposta è no. Infatti negli scritti degli apostoli Giovanni Paolo e Pietro non si dice di dover mantenere la legge ebraica dal momento che noi siamo salvati da Gesù. Invece in quello che io ricevo dalla Chiesa – la formazione in teologia, filosofia, i Padri della Chiesa, l’insegnamento dei papi – metto a servizio il mio sguardo ebraico sulle Scritture, che però vengono incentrate su Cristo. Infatti il modo in cui gli ebrei affrontano i versetti biblici è diverso e complementare a quello dei non ebrei. Forse la cosa più “ebraica” che ho mantenuto da cristiano è il senso del pasto e del riposo dello shabbat alla domenica: questo giorno è completamente dedicato alla famiglia, in casa nostra non accendiamo la televisione né usiamo internet.
Come giudica il rapporto tra cattolicesimo ed ebraismo oggi?
Quello che considero veramente importante è Cristo e ho l’impressione che dovrebbe esserlo ancora di più, mentre invece spesso mettiamo al centro un tema, un soggetto, un avvenimento – dimenticando che dovrebbe essere Cristo il centro della nostra vita. Quello che per me resta centrale è dare a ciascuno la possibilità di conoscere Gesù, di conoscere questo liberatore, questo Dio-amore. Perché un ebreo non dovrebbe avere il diritto a questo a causa della storia intercorsa tra la chiesa e la sinagoga? Quando lo incontreremo faccia a faccia, Gesù ci chiederà se abbiamo fatto il gesto di carità di parlare a tutti di lui. E noi, cosa diremmo? Che con i nostri fratelli ebrei abbiamo solo “dialogato”? Per quel che riguarda il mondo ultra-ortodosso da cui provengo, mi limito a dire che per dialogare bisogna essere in due. E poi, se non mi sbaglio, il dialogo del mondo cattolico verso l’ebraismo è nato soprattutto dalla presa di coscienza della Shoah e poi con il Vaticano II. Bisogna stare attenti a fondare un dialogo fruttuoso su un senso di colpevolezza. Attenzione dunque a non far diventare il dialogo un’ideologia, altrimenti si rischia che questo dialogo diventi più importante di Gesù stesso. È sicuro che vi sono delle dimensioni in comune tra cristiani ed ebrei: la trascendenza di Dio, ad esempio. Inoltre partiamo dallo stesso punto, la Scrittura. Mi sarei augurato che, ad esempio, di recente in Francia, sui grandi valori ebrei e cattolici avessero la stessa posizione.
Quale futuro si aspetta per la fede cristiana in Europa?
Io credo che il cristianesimo abbia portato molte conquiste positive nella storia. Questo perché Gesù è venuto per l’essere umano tutto intero. Ora, la domanda che dobbiamo porci è questa: “Noi lasciamo che Dio possa avere un diritto di giudizio sulla nostra umanità? Sulla nostra vita politica, sulla vita sociale, sull’economia?”. Ricordiamoci che se Gesù ha detto di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, egli anche dirà a Pilato che non ha alcuna autorità su di lui che non gli fosse stata data dall’alto. L’autorità politica è permessa e donata dall’alto. Il problema è che nella storia della Chiesa, quando si è avuto la possibilità di vivere questo, le cose non hanno funzionato molto bene. Perciò oggi la gente ha paura di lasciare che Dio possa avere una facoltà di giudizio sulla nostra vita sociale. Quel che va messa in pratica è la dottrina sociale della Chiesa che è fondata su Gesù. E Gesù non è né di destra né di sinistra. Egli è anzitutto Dio e Dio sa esprimersi attraverso relazioni “sociali” verso le persone che incontrava. Ciò di cui come cattolici dobbiamo essere convinti è che il messaggio divino per cui la nostra umanità viene assunta da Dio non è solo un fatto privato, da vivere nell’intimo della preghiera o della propria casa. Il cristianesimo “sociale” può dunque portare alla società quelle dimensioni positive che apporta all’individuo, ad esempio l’amore divino, la libertà dai soldi, dal profitto, il non cercare il potere sull’altro, perché Gesù non ha mai cercato di dominare sull’altro. [Fonte: Avvenire, Lorenzo Fazzini]
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mercoledì 31 luglio 2013
Anche l'Irlanda cede alla cultura della morte, l'aborto è legale
L'aborto diventa legale in Irlanda. Il presidente Michael D. Higgins ha firmato la nuova legge; sarà ora possibile per le donne accedere all'aborto anche in caso di "rischio di suicidio". La nuova normativa (denominata orwellianamente "Protection of Life During Pregnancy Act") consente l'interruzione di gravidanza nel caso in cui un medico certifichi l'esistenza di un reale e sostanziale rischio per la vita della gestante. Questa fattispecie è un non-senso sia logico che giuridico: quali sarebbero e come verrebbero provati i rischi di suicidio? La realtà è che ci ritroveremo in Irlanda con tante donne "a rischio", alle quali sarà garantito accedere all'omicidio di Stato.
Sono anni che i movimenti radicali, massoni, femministi cercano di sfruttare ogni caso umano per convincere l'opinione pubblica all'aborto libero: l'ultimo è quello di una donna indiana Savita, caso strumentalizzato e falsato per forzare la mano del legislatore. Ora che hanno raggiunto questo scopo, non si fermeranno ma cercheranno di allargare sempre più le maglie del fantomatico "diritto all'aborto". Dovremo imparare che di fronte a certe aberrazioni non esiste compromesso: solo la verità ci rende liberi.
martedì 16 luglio 2013
Alla GMG di Rio arriva il Manuale di Bioetica
Durante la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) che si terrà tra il 23 e il 28 luglio a Rio de Janeiro, tutti i partecipanti registrati riceveranno gratuitamente una copia del libro "Le chiavi di Bioetica", prodotto dalla Fondazione Jérôme Lejeune. Il libro si propone di aiutare i giovani a riflettere su questioni controverse come l'aborto, l'eutanasia e la ricerca sugli embrioni umani, approfondendone le implicazioni etiche e biologiche.
Il manuale, scritto da medici e biologi, contiene una presentazione obiettiva delle attuali questioni bioetiche, basata sui fondamenti della scienza e della ragione nella quale, con la fede della Chiesa, raggiunge il suo pieno significato.
"Viene offerta una formazione di base: quando inizia la vita, quando finisce, in che consiste l'inseminazione artificiale, l'importanza per un bambino di nascere nell'amore di un uomo e una donna", spiega il Presidente della Commissione Episcopale per la Vita e la Famiglia Pastorale, Mons. João Carlos Petrini. "Abbiamo a disposizione un manuale per i giovani, con un linguaggio molto accessibile, utile per affrontare questioni delicate e complesse della vita", ha detto il prelato.
Sono state pubblicate due milioni di copie in quattro lingue [Fonte: Religion en Libertad].
Il Beato Jerome Lejeune era un professore francese. Nel 1958 scoprì che la sindrome di Down è un'anomalia cromosomica genetica. Da allora ha lavorato nel campo della ricerca scientifica ed ha assunto con vigore posizioni contrarie alla legalizzazione dell'aborto.
giovedì 11 luglio 2013
Il Diacono: una Chiamata per il Servizio
| Santo Stefano, Diacono e Protomartire |
"Allo stesso modo i diaconi siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. Allo stesso modo le donne siano dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto. I diaconi non siano sposati che una sola volta, sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie. Coloro infatti che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù" [1Tim 3,8-13].
"In un grado inferiore della gerarchia (rispetto ai presbiteri) stanno i diaconi, ai quali sono imposte le mani «non per il sacerdozio, ma per il servizio». Infatti, sostenuti dalla grazia sacramentale, nella «diaconia» della liturgia, della predicazione e della carità servono il popolo di Dio, in comunione col vescovo e con il suo presbiterio. È ufficio del diacono, secondo le disposizioni della competente autorità, amministrare solennemente il battesimo, conservare e distribuire l'eucaristia, assistere e benedire il matrimonio in nome della Chiesa, portare il viatico ai moribondi, leggere la sacra Scrittura ai fedeli, istruire ed esortare il popolo, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali, presiedere al rito funebre e alla sepoltura. Essendo dedicati agli uffici di carità e di assistenza, i diaconi si ricordino del monito di S.Policarpo: «Essere misericordiosi, attivi, camminare secondo la verità del Signore, il quale si è fatto servo di tutti» (Lumen Gentium 29).
| San Lorenzo, Diacono e Martire |
Come diventare diacono:
- Va subito detto che per cominciare il cammino verso il diaconato ci deve essere una esplicita proposta della comunità cui l’aspirante appartiene o almeno tale decisione sia accolta e condivisa dalla comunità.
- A nome della comunità, è il parroco che deve presentare al Vescovo l’aspirante al diaconato. Il Vescovo infine decide se ammetterlo o meno al periodo di preparazione.
- La cosa più importante che si richiede è che il candidato faccia un serio e profondo cammino personale di vita cristiana: di preghiera, di buona testimonianza nella sua famiglia e nella professione, di amore alla chiesa, di comunione e carità nei rapporti umani, di coraggio e forza nelle prove.
- E’ altresì importante e necessario che il candidato sia inserito in modo organico nella vita pastorale della sua comunità: deve essere stimato, conosciuto, attivo nella sua parrocchia. Solitamente diventa diacono ordinato chi già da tempo nella sua parrocchia è riconosciuto come diacono di fatto!
- Se il candidato è celibe, l’età minima per l’ordinazione (nella quale assume l’impegno perpetuo del celibato) è di 25 anni; se è sposato, dopo aver compiuto i 35 anni di età, secondo quanto stabilisce il Codice di diritto canonico (CIC 1031).
- I candidati sposati devono avere una durata ragionevole del matrimonio, per dimostrare di saper dirigere la propria casa e distinguersi per una positiva esperienza familiare.
- Per i candidati sposati è richiesto non solo il consenso della moglie, ma anche la sua testimonianza cristiana o, almeno, un comportamento che non sia di impedimento al ministero del marito.
- I diaconi devono dare prova di grande solidità umana e spirituale, quindi una volta ordinati resteranno per sempre nello stato di vita in cui il Signore li ha posti.
- Il diacono deve essere in grado di provvedere adeguatamente alla cura umana e cristiana della sua famiglia e a mantenersi con il suo lavoro.
- Il livello di cultura richiesto è quello medio, tale cioè da permettere un percorso efficace di formazione e di studio, seppur contemperato e adattato alle capacità dei singoli e alle esigenze del ministero.
- I candidati sono tenuti a seguire un cammino di formazione che prevede: un anno propedeutico, il rito liturgico della candidatura, il tempo vero e proprio della formazione (almeno tre anni).
| San Francesco d'Assisi, Diacono |
Parola, Liturgia, Carità. La figura del Diacono si ritrova già nelle prime comunità cristiane: il suo ruolo è descritto nella Prima Lettera a Timoteo e la parola "diacono" è citata anche nella Lettera ai Filippesi. Moltissimi sono i diaconi divenuti santi: tra questi i più famosi sono Santo Stefano Protomartire, San Lorenzo Martire, San Francesco d'Assisi, San Filippo Evangelista, San Vincenzo di Saragozza, Sant'Efrem etc.
Oggi, dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha riscoperto questa figura, considerando il diaconato non soltanto una tappa transeunte, bensì una chiamata permanente. Le tre parole che riassumono questa vocazione sono la liturgia, la carità e la predicazione della Parola. Il Diacono è ministro della Parola, che deve proclamare e predicare; è ministro della Liturgia, che deve curare e preparare con passione nella Celebrazione Eucaristica; è ministro della Carità, perché deve coadiuvare il Vescovo e il Presbitero nell'assistenza dei poveri, dei malati, dei fanciulli, delle vedove, degli anziani, cioè degli ultimi. Il discernimento di questa vocazione va a lungo vagliato in seno alla Chiesa, con la supervisione del Vescovo. Il seme di questa chiamata al servizio può ravvisarsi non solo nella volontà del candidato di diventare diacono ma anche in una sua già attiva presenza pluriennale nella comunità ecclesiale, la quale non è spettatrice passiva bensì attivamente deve richiedere e sostenere questa vocazione dinnanzi all'Ordinario del luogo (per altre riflessioni sulla vocazione diaconale si veda sul sito dei Diaconi di Modena e sul sito dei Diaconi di Velletri Segni).
lunedì 1 luglio 2013
In Russia i minori non dovranno subire gaie propagande
Il Presidente della Federazione Vladimir Putin ha firmato la legge contro la propaganda, anche via Web, di orientamenti sessuali non tradizionali in presenza di minori, approvata in terza lettura dalla Duma di Stato l'11 giugno 2013.
In base a questa legge, la ''propaganda di relazioni sessuali non tradizionali davanti a minori'' è punibile con una multa che va dai quattromila ai cinquemila rubli (circa 100-125 euro). Chi occupa una carica pubblica rischia, invece, una multa dai 40 ai 50 rubli (1.000-1.250 euro), mentre chi ha un ruolo nella magistratura una multa da 800mila a un milione di rubli (circa 19.000-23.400 euro). Gli stranieri sono punibili con una multa fino a 100.000 rubli e possono essere rinchiusi 15 giorni o espulsi.
I difensori dei diritti umani hanno bollato la legge come discriminatoria. Nel testo di legge il riferimento non c'è un riferimento esplicito all'omosessualità, ma la nuova norma è stata ribattezzata "contro la propaganda gay". [Fonte: Russia Oggi]
La Russia di Putin non vuole stare al gioco gaio occidentale e blocca la propaganda pansessualista. Il concetto è che in presenza di minori non si potranno propagandare orientamenti sessuali non tradizionali. I "difensori dei diritti umani" (quali difensori e quali diritti umani?) sono già sul piede di guerra: tuttavia ancora nessun bambino pare che abbia protestato contro questa "mancata informazione sessuale"!
Certo, potevano far di meglio: il concetto di "non tradizionale" è molto ambiguo, poiché le tradizioni e i costumi possono evolvere. Sarebbe stato più opportuno parlare di "non naturale" visto che pure in Russia - nonostante 80 anni di ideologia comunista - l'unico modo naturale per aver un figlio è tramite un uomo e una donna. Leggendo la norma a contrario, sembrerebbe che invece la propaganda di relazioni sessuali tradizionali davanti a minori sia legittima: ma in che senso? Indurre i minori ad avere rapporti "tradizionali" (magari invitandoli a frequentare un tradizionalissimo night club con le spogliarelliste) sarebbe invece istruttivo? Questo la legge non lo dice. In ogni caso, aver capito che la sodomia non è cosa ortodossa, soprattutto per i minori, è già qualcosa.
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giovedì 27 giugno 2013
I Muri di Ecône
E' davvero troppo semplice fare i contestatori fuori dalla Chiesa! E questo rimprovero va mosso sia ai progressisti che ai lefebvriani, poiché la chiamata del Signore è nella chiesa. Il rinnovamento, la purificazione, la ricostruzione, va fatta all'interno. Quale aiuto avrebbe apportato una Ecclesia Dei composta non soltanto da esigue congregazioni quanto da un intero movimento tradizionale!
Va infine ricordato che il Concilio Vaticano II non è stato un concilio dogmatico. E ciò ha conseguenze. La più importante è che le dichiarazioni ivi prodotte non hanno valore assoluto. Il nostro tempo, il tempo che viviamo, le rende dichiarazioni opportune ai fini della conversione degli uomini di questo tempo. Ma la fede rimane la stessa. E' il modo con cui questa è comunicata al mondo che cambia, e sempre cambierà, poiché ogni tempo ha il suo linguaggio, la sua comunicazione. Questo non significa relativismo, poiché la natura, l'ontologia, la fede, rimane la stessa. Ma cambia la cultura, cambiano le circostanze.
Oggi, purtroppo o per fortuna, la modalità comunicativa di Papa Francesco è efficace per questi tempi: discorsi semplici, gesti significativi, carisma innato. E la gente lo segue e lo ascolta. Certo, viene da chiedersi che tipo di società è quella che va a messa se il Papa si cambia lo zucchetto e non ci va se parla con accetto germanico (per questa riflessione si rimanda all'ottimo articolo di Rino Camilleri su La Bussola Quotidiana). Ma magari, dopo qualche anno, questi nuovi cristiani bergogliani avranno anche la preparazione per leggersi qualche omelia di Benedetto XVI e, perché no, apprezzare una messa in latino.
Cari fratelli, abbiate fiducia nella Provvidenza e abbiate pazienza verso gli altri, almeno pari a quella che Cristo Signore ha nei confronti dei nostri peccati!
Dichiarazione nella ricorrenza del 25° anniversario delle Consacrazioni Episcopali (30 giugno 1988 – 27 giugno 2013)
1- Nella ricorrenza del 25° anniversario delle Consacrazioni Episcopali, i vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X intendono esprimere solennemente la loro gratitudine a Mons. Marcel Lefebvre e a Mons. Antonio De Castro Mayer per l’atto eroico che hanno avuto il coraggio di porre, il 30 giugno 1988. In particolare vogliono manifestare la loro filiale riconoscenza verso il venerato fondatore il quale, dopo tanti anni al servizio della Chiesa e del Sommo Pontefice, non ha esitato a subire l’ingiusta accusa di disobbedienza per la difesa della fede e del sacerdozio cattolico.
2- Nella lettera che ci indirizzò prima delle consacrazioni, scriveva: “Vi scongiuro di rimanere attaccati alla sede di Pietro, alla Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese, nella fede cattolica integrale, espressa nei simboli della fede, nel Catechismo del Concilio di Trento, conformemente a quanto vi è stato insegnato in seminario. Rimanete fedeli nel trasmettere questa fede perché venga il regno di Nostro Signore.” E’ proprio questa frase che esprime le ragioni profonde dell’atto che si accingeva a compiere. “Perché venga il regno di Nostro Signore”, Adveniat regnum tuum.
3- Al seguito di Mons. Lefebvre affermiamo che la causa dei gravi errori che stanno demolendo la Chiesa non risiede in una cattiva interpretazione dei testi conciliari – in una “ermeneutica della rottura” che si opporrebbe ad una “ermeneutica della riforma nella continuità” – , ma piuttosto nei testi stessi, a causa della scelta inaudita operata dal Concilio Vaticano II. Questa scelta si manifesta nei suoi documenti e nel suo spirito: di fronte all’ “umanesimo laico e profano”, di fronte alla “religione (poiché tale è) dell’uomo che si fa Dio”, la Chiesa, unica detentrice della Rivelazione “del Dio che si è fatto uomo”, ha voluto far conoscere il suo “nuovo umanesimo” dicendo al mondo moderno: “Anche noi, e più di chiunque altro, abbiamo il culto dell’uomo” (Paolo VI, Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965). Ora, questa coesistenza del culto di Dio e del culto dell’uomo si oppone radicalmente alla fede cattolica che ci insegna a rendere il culto supremo e a riconoscere il primato esclusivamente al solo vero Dio e al suo Unigenito, Gesù Cristo, nel quale “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col. 2,9).
4- Siamo dunque obbligati a constatare che questo Concilio atipico, che ha voluto essere solo pastorale e non dogmatico, ha inaugurato un nuovo tipo di magistero, sconosciuto fino ad allora nella Chiesa, senza radici nella Tradizione; un magistero determinato a conciliare la dottrina cattolica con le idee liberali; un magistero imbevuto dei principi modernisti del soggettivismo, dell’immanentismo e in perpetua evoluzione, conformemente al falso concetto della tradizione vivente, in quanto altera la natura, il contenuto, il ruolo e l’esercizio del magistero ecclesiastico.
5- Per questo il regno di Cristo non è più la preoccupazione delle autorità ecclesiastiche, benché queste parole di Cristo: “Ogni potere mi è stato dato sulla terra e in cielo” (Mt 28,18) rimangano una verità ed una realtà assolute. Negarle nei fatti significa non riconoscere più in pratica la divinità di Nostro Signore. Così, a causa del Concilio, la regalità di Cristo sulle società umane è semplicemente ignorata, addirittura combattuta e la Chiesa è prigioniera di questo spirito liberale che si manifesta specialmente nella libertà religiosa, nell’ecumenismo, nella collegialità e nel nuovo rito della messa.
6- La libertà religiosa esposta in Dignitatis humanae e la sua applicazione pratica da cinquant’anni conducono logicamente a chiedere al Dio fatto uomo di rinunciare a regnare sull’uomo che si fa Dio; il che equivale a dissolvere Cristo. Al posto di una condotta ispirata da una fede solida nel potere reale di Nostro Signore Gesù Cristo, noi vediamo la Chiesa vergognosamente guidata dalla prudenza umana e a tal punto dubbiosa di sé che chiede agli Stati soltanto ciò che le logge massoniche vogliono concederle: il diritto comune, nel mezzo e allo stesso livello delle altre religioni, che essa non osa più chiamare false.
7- Nel nome di un ecumenismo onnipresente (Unitatis Redintegratio) e di un vano dialogo interreligioso (Nostra Aetate) la verità sull’unica Chiesa è taciuta; così la stragrande maggioranza dei pastori e dei fedeli, non vedendo più in Nostro Signore e nella Chiesa Cattolica l’unica via della salvezza, hanno rinunciato a convertire i seguaci delle false religioni, lasciandoli nell’ignoranza dell’unica Verità. In questo modo l’ecumenismo ha letteralmente ucciso lo spirito missionario attraverso la ricerca di una falsa unità, riducendo troppo spesso la missione della Chiesa alla proclamazione di un messaggio di pace puramente terrena e ad un ruolo umanitario di sollievo alla miseria nel mondo, mettendosi così al seguito delle organizzazioni internazionali.
8- L’indebolimento della fede nella divinità di Nostro Signore favorisce una dissoluzione dell’unità dell’autorità nella Chiesa, introducendovi uno spirito collegiale, egalitario e democratico (cfr. Lumen Gentium). Cristo non è più il capo da cui deriva tutto, in particolare l’esercizio dell’autorità. Il Sommo Pontefice, che non esercita più effettivamente la pienezza della sua autorità, così come i vescovi, i quali – contrariamente agli insegnamenti del Concilio Vaticano I – pensano di poter condividere collegialmente e in maniera abituale la pienezza del potere supremo, ascoltano e seguono oramai, con i sacerdoti, il “popolo di Dio”, nuovo sovrano. Questo significa distruzione dell’autorità e di conseguenza rovina delle istituzioni cristiane: famiglie, seminari, istituti religiosi.
9- La nuova messa, promulgata nel 1969, diminuisce l’affermazione del regno di Cristo attraverso la Croce (“Regnavit a ligno Deus”). Infatti il suo stesso rito sfuma e offusca la natura sacrificale e propiziatoria del sacrificio eucaristico. Soggiacente a questo nuovo rito si trova la nuova e falsa teologia del mistero pasquale. L’uno e l’altra distruggono la spiritualità cattolica fondata nel sacrificio di Nostro Signore sul Calvario. Questa messa è impregnata di uno spirito ecumenico e protestante, democratico e umanista che soppianta il sacrificio della Croce. Essa illustra la nuova concezione del “sacerdozio comune dei battezzati” che deforma il sacerdozio sacramentale del presbitero.
10- Cinquant’anni dopo il Concilio, le cause sussistono e generano ancora gli stessi effetti. Cosicché ancora oggigiorno le Consacrazioni Episcopali conservano tutta la loro ragion d’essere. È l’amore della Chiesa che ha guidato Mons. Lefebvre e guida i suoi figli. È lo stesso desiderio di “trasmettere il sacerdozio cattolico in tutta la sua purezza e la sua carità missionaria” (Mons. Lefebvre, Itinerario spirituale) che anima la Fraternità San Pio X al servizio della Chiesa quando essa chiede con insistenza alle autorità romane di riappropriarsi del tesoro della Tradizione dottrinale, morale e liturgica.
11- Questo amore della Chiesa spiega il principio che Mons. Lefebvre ha sempre osservato: seguire la Provvidenza in tutti i frangenti, senza mai permettersi di anticiparla. Noi intendiamo fare altrettanto: sia che Roma ritorni presto alla Tradizione e alla fede di sempre – il che ristabilirà l’ordine nella Chiesa – sia che essa riconosca esplicitamente alla Fraternità il diritto di professare integralmente la fede e di rigettare gli errori che le sono contrari, con il diritto ed il dovere di opporsi pubblicamente agli errori e a coloro che li promuovono, chiunque essi siano – il che permetterà un inizio di ristabilimento dell’ordine. Nel frattempo, di fronte a questa crisi che continua a provocare disastri nella Chiesa, noi perseveriamo nella difesa della Tradizione cattolica e la nostra speranza rimane totale, poiché sappiamo con la certezza della fede che “le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).
12- Intendiamo quindi seguire la richiesta del nostro caro e venerato padre nell’episcopato: “Miei cari amici, siate la mia consolazione in Cristo, rimanete forti nella fede, fedeli al vero sacrificio della Messa, al vero e santo sacerdozio di Nostro Signore, per il trionfo e la gloria di Gesù in cielo e in terra” (Lettera ai vescovi). Degni la Santissima Trinità, per intercessione del Cuore Immacolato di Maria, accordarci la grazia della fedeltà all’episcopato che abbiamo ricevuto e che vogliamo esercitare per l’onore di Dio, il trionfo della Chiesa e la salvezza delle anime.
Ecône, 27 giugno 2013, festa della Madonna del Perpetuo Soccorso
Mons. Bernard Fellay
Mons. Bernard Tissier de Mallerais
Mons. Alfonso de Galarreta
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